sabato, novembre 21, 2009

El Lider Massimo

Se si dovesse scegliere tra i governi italiani del dopoguerra quale sia stato quello più “di sinistra” in politica estera, almeno secondo i classici standard della lottizzata politica nostrana, non ci sarebbero dubbi: l'alloro principale dovrebbe andare all'ultimo governo Berlusconi.

L'apertura alla Russia, a Gheddafi ed alla Turchia neo-islamica ed antimassonica, il rifiuto ad aumentare le truppe in Afghanistan, causa dell'attentato alla caserma di Milano, come sibilato da La Russa, sono azioni rivoluzionarie in un paese che un po' per servilismo un po' per oggettiva impotenza non era mai uscito prima dal seminato in modo tanto deciso.

Certo Craxi aveva a suo tempo provato qualcosina, vedi i fatti di Sigonella, ma alla fine poco era cambiato nell'andazzo generale. Per il resto, i pseudo governi di sinistra degli ultimi vent'anni, tra i vari Prodi ed i vari Amato e Ciampi, hanno molto poco da offrire: più che di governi di sinistra si dovrebbe parlare di governi delle banche. O di una sola banca: la BCE.

L'Italia nella sua storia repubblicana ha avuto un solo primo ministro realmente di sinistra: Massimo D'Alema, il quale ha però macchiato la sua apparizione a Montecitorio con il voto che diede il disco verde al bombardamento della Serbia.

Appare quindi strano che proprio D'Alema sia il leader di sinistra più bersagliato dal suo stesso lato politico [*], o meglio da quello che apparentemente è il suo lato politico. Un lato politico che ha sempre ricevuto larghi consensi dai potentati finanziari europei ed anglosassoni, cosa che non sembra disturbare più di tanto gli italioti di sinistra che continuano a voler credere che sia nel loro interesse far cadere Berlusconi. E che a quanto pare non si sono posti interrogativo alcuno nemmeno quando Berlusconi ha recentemente appoggiato con una certa forza la candidatura abbastanza velleitaria del presunto avversario politico alla carica di “ministro degli esteri” europeo.

Candidatura che non è andata giù ai noti ambienti finanziari europei che tramite il Financial Times hanno reso pubblico il loro disappunto per la possibile nomina. In particolare sembra non sia andato giù uno sgambetto che il D'Alema avrebbe fatto ad uno dei politici italiani più coccolati da Londra, Romano Prodi, e per questo ricordano il fattaccio dipingendolo a tinte fosche (“EU is warned over haggling for presidency”, 17 novembre 2009):

“[D'Alema] è familiare con le oscure arti dell'intrigo politico italiano, avendo cospirato per rimpiazzare Romano Prodi, suo collega, come Primo Ministro nel 1998.

Ne ricordano poi il passato comunista considerandolo un punto a suo sfavore, malgrado poi il Financial Times dica mirabilie di tanti altri ex-comunisti al governo in vari stati europei (“No meritocracy in EU trade-offs”, 17 novembre 2009):

L'ex Primo Ministro e ministro degli esteri italiano, segna troppe poche caselle per ottenere il posto. [Vediamo] le caselle non segante: 1) Il suo passato comunista.

E poi aggiungono qualche bestialità del tipo “sarebbe folle per la UE avere un capo della politica estera che non parla correntemente inglese”, quando se non fosse per l'Irlanda non vi sarebbe un singolo europeo ad avere l'inglese come prima lingua.

Il vero problema è un altro. Esso viene appena appena accennato dai giornalisti del quotidiano londinese: “La sua opinione sugli USA”. Per farcelo spiegare chiaramente dobbiamo andare da qualche altra parte. Per esempio in Israele.

Il vero motivo per cui D'Alema non sarebbe stato gradito a Bruxelles lo apprendiamo da Fiamma Nirestein, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati ed agente israeliano infiltrato nel governo Berlusconi. Il titolo del suo pezzo apparso sul sito de Il Giornale a tal proposito spiega tutto: “Quell’amicizia con Hezbollah pesa come un macigno” (1 novembre 2009)

All'interno poi chiosa:

(...) per D’Alema cadeva su Israele tutto l’onere della pace e sui palestinesi brillava la stella dell’innocenza. Per D’Alema Arafat è stato un amico, mai ha condannato le sue responsabilità nell’Intifada del terrore e del rifiuto di Camp David; il fatto che gli hezbollah avessero rappresentanti in parlamento li rese per il suo giudizio esenti dall’accusa di terrorismo, e glieli ha fatti scegliere come compagni nella famosa passeggiata di Beirut dopo la guerra del 2006.

Insomma, D'Alema ha attitudini troppo “orientali” per alcune “Entità” occidentali. Attitudini che il “baffo di ferro”, secondo la 'ngiuria assegnatagli dalla stampa inglese, ha già suggerito di avere mostrandosi sempre molto interessato alla carriera politica del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo. Un rapporto, quello tra i due politici meridionali e meridionalisti, attentamente spiato da tutti, tanto che ogni loro mossa viene riportata immediatamente dalle agenzie:

D’Alema-Lombardo, risotto per due (...) il miglior modo per concludere, intorno a mezzanotte, una giornata occupata da un convegno sul Mezzogiorno. (“D’Alema-Lombardo, risotto per due”, IlGiornale.it 11 novembre 2009)

Ma se la proposta di D'Alema alla UE era velleitaria, perchè è stata fatta? E perchè a Londra ed in Israele si sono lamentati tanto? Forse perchè quella candidatura non è stato altro che un rilancio della figura politica dell'ex comunista in vista di qualcos'altro che potrebbe essere stato discusso, tra le altre cose, durante quel “risotto per due”.

Un qualcosa che potrebbe mettere sempre più distanza tra il nord ed il sud del paese. Le pagine del Financial Times [**] ci hanno riservato un'altra sorpresa, che anche il Corriere mette vicino alla bocciatura di D'Alema:

Al contrario di D'Alema il Ft promuove a pieni voti Giulio Tremonti. Il quotidiano economico londinese colloca il ministro dell’Economia al quinto posto della sua consueta graduatoria annuale dei ministri finanziari europei.
(“D’Alema «ferrato negli intrighi» Tremonti promosso a pieni voti”, Corriere.it 17 novembre 2009)

Cosa sta combinando Tremonti? Che sia impegnato in qualcosa di losco? Il ministro delle finanze, leghista di ferro, non ha mai nascosto il suo poco gradimento per quelle politiche “orientali” implementate dal capo.

La frustrazione e la fine oramai prossima dell'era Berlusconi, insieme allo scorno dell'appoggio al politico pugliese (la goccia finale), devono averlo convinto che era tempo di cambiare casacca. Per tutta risposta la sua inutile (anzi, dannosa) Banca del Sud è stata cassata da Schifani: tra i due litiganti polentoni, i terroni godono.

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[*] Anche se a prima vista potrebbe non essere chiaro, il coinvolgimento di D'Alema nel caso BNL è stato favorito da settori interni al PD

[**] FT ranking of EU finance ministers, Financial Times 16 novembre 2009

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giovedì, novembre 19, 2009

Il fantasma dello stadio (Prima parte)

Con quello di oggi si inizia la pubblicazione di una serie di post dedicati alla ricostruzione di un tragico episodio che ha segnato in modo doloroso le nostre coscienze in questi ultimi anni e che più di altri ha definito il succedersi degli eventi che stanno portando lo stato italiano alla dissoluzione. Uno snodo decisivo per lo spostamento dell'asse del potere al centro del Mediterraneo che nella mente degli organizzatori doveva diventare una nuova Portella della Ginestra, ma che invece potrebbe essersi rivelato il loro Vietnam.

Capitolo 1 – Introduzione

La strage di Ustica, il Mostro di Firenze, gli attentati del 1992. E tanti altri “misteri italiani”. Tutti rimasti permanentemente tra le pagine dei quotidiani, nei talk show, nei libri di sedicenti investigatori sino ai nostri giorni senza che una vera soluzione processuale definitiva sia riuscita a dichiarare chiusa almeno uno di essi. A intervalli regolari spunta sempre una qualche rivelazione clamorosa che di solito si rivela una bufala ma che è buona ad intorbidire nuovamente le acque.

I motivi per cui questo accade sono molteplici ma anche ricorrenti, nel senso che tutti questi motivi concorrono a far si che le vittime di questi tragici esempi non possano riposare in pace, nella giustizia o nella menzogna. I processi durano anni ed anni seguendo percorsi tortuosi quando non surreali; le sentenze, se vengono raggiunte, contengono incongruenze inconciliabili; le diverse forze politiche coinvolte insistono ad utilizzare le scomode verità nascoste (nascoste al popolo...) per ricattarsi vicendevolmente per decenni. La guerra nascosta dietro la parvente unità nazionale italiana non da ancora segni di trovare un qualche sbocco.

Invertendo il processo, dovrebbe essere possibile capire quando un fatto di cronaca apparentemente “normale”, per quanto tragico, possa essere incluso tra quei “misteri italiani”. Possa cioè essere un tassello di quella guerra che ha coinvolto e coinvolge forze interne ed esterne all'Italia come riflesso locale di uno scontro globale ben più vasto. Uno scontro che nel nostro paese si manifesta con tipiche esplosioni parossistiche poiché è proprio all'interno di esso che è situata una delle maggiori linee di frizione tra i due blocchi.

Questo preambolo è necessario per poter comprendere i retroscena di un evento che avrebbe dovuto essere, nella mente dei progettisti, una nuova Portella delle Ginestre capace da solo di risettare la distribuzione del potere in Sicilia (e come conseguenza in tuta Italia) all'ingresso della nuova era post-atlantica. Avrebbe, dicevamo. Perchè nello svolgimento dei fatti il “colpo di stato” non pare abbia sortito gli effetti sperati. Anzi.

Ci riferiamo ai fatti avvenuti il 2 febbraio 2007 allo stadio Massimino di Catania ed all'assassinio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, un assassinio di cui ancora oggi non si sa assolutamente niente. Proprio come è nella tradizione dei migliori “misteri italiani”.

Non si sa come sia morto l'ispettore malgrado le ripetute autopsie. Non si sa dove e come sia stato ucciso, malgrado tutta l'area esterna ed interna allo stadio fosse attentamente sorvegliata da un complesso sistema di monitoraggio a circuito chiuso che già all'epoca dei fatti facevano dello stadio etneo uno dei più sicuri d'Italia. Non si sa come si svolsero i fatti, tanto è vero che mai nessuno ha mai tentato una ricostruzione degli stessi, limitandosi solo a riprendere stantii luoghi comuni su Catania o sulla Sicilia tutta.

E come per tutti gli altri “misteri”, ogni tanto ritorna. E ritorna sempre al momento giusto. Ad esempio, pochi giorni prima di un nuovo derby tra Catania e Palermo, in un delicato momento politico di svolta tra soffi di vento che indicano ravvicinate una nuova sfilza di elezioni anticipate.

Il 17/11/2009 [*] sul sito del quotidiano catanese La Sicilia viene diramata la notizia di una nuova perizia (l'ennesima) sulla morte di Raciti (Raciti, Ris esclude il “fuoco amico” [**]) . Quest'ultima è stata commissionata dalla Corte d'assise e dal Tribunale per i minorenni di Catania. L'ennesima perchè tutto l'interminabile processo si gioca solo su due perizie che vengono ripresentate da una parte e dall'altra come se fossero ordinate e preparate da mani diverse, ma che in realtà non rappresentano altro che le posizioni delle parti politiche coinvolte. Parti politiche che si fronteggiano sia dentro che fuori dal tribunale.

L'accusa pretende di dimostrare che Raciti fu ucciso da un sottolavello divelto dai bagni dello stadio e lanciato contro il poliziotto da due minorenni, Antonino Speziale e Angelo Daniele Micale, mentre dall'altro lato la difesa sostiene l'inconsistenza delle ricostruzioni della scientifica, alle volte spingendo l'attenzione sulla tesi del fuoco amico supportata da precise analisi effettuate dal RIS di Parma, senza però abbracciarla pienamente.

Basta riprendere le conclusioni surreali di questa ultima perizia dell'accusa per capire quanto tutto il procedimento penale non sia altro che una farsa che destinata a protrarsi nel tempo senza apparente soluzione:

“Il presunto impatto tra il sottolavello e l'ispettore - scrivono i periti - non è documentato da alcuna immagine o filmato, ma va presa in considerazione l'ipotesi che il corpo della vittima potesse essere ruotato per chiudere la porta con l'innalzamento del lobo destro del fegato e la messa in trazione della capsula" che lo avvolge proteggendolo”

Gli stessi periti ammettono che non vi sia nessuna prova di quanto dicono e che non è assolutamente possibile provare che vi sia stato impatto con questo famoso sottolavello, vista la strana dinamica necessaria per permettere al fegato di rimanere tanto esposto da ricevere il colpo mortale ipotizzato.

Non solo. Secondo gli esperti “il decesso deve pertanto ricondursi a tale meccanismo violento”. Ma questa incontrovertibile consequenzialità evidenziata dal “deve” fa a pugni con quanto asserito prima, dove l'ipotesi della strana rotazione descritta “va presa in considerazione”, ma non può essere provata come invece richiederebbe l'uso del verbo dovere.

Una perizia dunque inutile che altro scopo non ha se non quello di allungare e rimestare un brodo già torbido di per sé. Una perizia apparsa appena in tempo prima della partita di domenica prossima per lanciare un qualche messaggio di minaccia non si sa bene a chi.

Ma c'è di più. Un altro particolare che ci riconduce sempre a quei “misteri italiani” e a tanti altri fatti di cronaca di questi anni apparentemente insignificanti. Ed è il nome dell'avvocato difensore di Antonino Speziale, il minorenne di Librino accusato sin dai primi giorni dell'assassinio di Filippo Raciti: Giuseppe Lipera. Un avvocato onnipresente sugli organi di stampa italiani a causa di altri due clienti di ben più alto profilo rispetto al giovane tifoso del Catania, e cioè l'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada ed Antonino Santapaola. fratello del capomafia catanese Nitto, ambedue condannati all'ergastolo ed ambedue impegnati nel tentativo di “evadere” la condanna a causa di più o meno accertati problemi di salute.

Il fatto che Lipera difenda Santapaola e Contrada non deve assolutamente permettere nessuno di dubitare dell'integrità professionale ed umana del professionista. La cosa che stona nella vicenda è proprio la difesa nel caso dei fatti del 2 febbraio, difesa protrattasi oramai da più di due anni.

Come può la famiglia di Antonino Speziale permettersi la spesa per un professionista tanto ricercato per così tanto tempo? Sono veramente loro a pagare il “disturbo” dell'avvocato Lipera?


Lipera difende i diritti umani


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[*] Teniamo sempre presenti le date in questa vicenda, in quanto esse costituiscono un elemento importante nella ricostruzione dei fatti che verrà fatta nei post seguenti.

[**] Un titolo estremamente contorto se non volutamente falso, visto che invece è proprio il Ris (quello di Parma) a sostenere la tesi del “fuoco amico” (e le virgolette non le ho messe io...), secondo un esame reso pubblico per la prima volta nel maggio del 2007 (“Raciti la pista è blu”, L'Espresso 31 maggio 2007)
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mercoledì, novembre 18, 2009

L'abito non fa il vescovo

L'Italia è marcia, perversa, corrotta. Ed in questo non è altro che un appendice dell'occidente.

La verità su questa “civiltà” occidentale non è un mistero. Essa ci solletica apertamente mentre continuiamo a guardare ed allo stesso tempo a tenere gli occhi chiusi.

Destino ha voluto che a scardinare questo velo che ci siamo voluti tenere sugli occhi per semplice quieto vivere, a girare il nostro “Eyes wide shut” fosse un siciliano. Che per fare quello che ha fatto, per riuscire ad arrivare a mostrare questo piccolo spicchio del cuore di tenebra, in quella lordura si è in qualche modo immerso.

Fabrizio Corona nel 2007 ha costretto tutti a guardarsi allo specchio. Uno specchio in cui ci siamo visti riflessi nei lineamenti sfatti dalla droga e dalla notte di bagordi trascorsa in compagnia di alcuni transessuali di un rampollo della famiglia simbolo stesso dell'Italia unita [*].

Corona è vivo (avrà chi lo protegge...). Ma noi, come nazione e come società, siamo morti.

Come avrebbero potuto mai scalfirci le notti brave del Capo del Governo a Palazzo Grazioli circondato da bellezze a pagamento, dopo le vicende che hanno visto coinvolto il reporter scandalistico catanese?

Non abbiamo mosso un muscolo neanche dopo aver notato il viso di Marrazzo che tentava di contorcersi in una strana espressione di inesistente auto-mortificazione. Non ci siamo neanche chiesti come mai Berlusconi si sia scomodato di persona (avrebbe fatto lui stesso la prima telefonata) per colpire una tale mezza cartuccia.

Non ci siamo accorti che immediatamente tutti gli attacchi contro Arcore sono calati di intensità. Colpiscine uno per educarne cento. E così i cento hanno capito che, se non si calmavano, cose ben più gravi delle perversioni della mezza cartuccia sarebbero trapelate. Altro che veline e trattative con lo stato (mi riferisco sempre alle trattative sul prezzo delle escort, non a Riina...).

Un punto un po' più oscuro della vicenda rimane però quello del ritiro spirituale all'abbazia di Montecassino, dove il Presidente della Regione Lazio avrebbe un caro amico. Un “giallo” secondo il Corriere. Vero, poi falso.

Come un giallo è anche la ritrovata pacatezza delle esternazioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nei confronti del premier dai facili costumi. Grazie a Corona, oggi non ci si meraviglierebbe più di tanto neanche se il prossimo ad essere preso con le mani nel sacco fosse un porporato.

L'accostamento si fa irriverente, ma questo si merita chi, nascondendosi dietro un abito da monaco, trama contro coloro i quali prestano fede con assoluta sincerità.

Quando a suo tempo collegai le vicende lagunari di Baaria, l'ultimo film di Tornatore, alle critiche mosse dal presidente della CEI, Cardinale Bagnasco, e dalla sua corte al governo italiano per le attività sessuali del suo capo [**], qualcuno ha storto il naso accusandomi di anticlericalismo.

Ora la CEI getta la maschera e viene allo scoperto puntualizzando meglio le sue preoccupazioni e confermando che certe divergenze di vedute con il capo dell'esecutivo permangono.

Questa settimana Famiglia Cristiana riporta alcune anticipazioni di un documento che la Conferenza Episcopale Italiana dovrebbe approvare nei prossimi giorni. Un documento dedicato al mezzogiorno (“Immigrazione, dialogo con l'Islam e lotta alla mafia. Documento della Cei dedicato al Mezzogiorno”, SiciliaInformazioni.com 17 novembre 2009).

In esso si ricordano innanzitutto le parole pronunciate da Giovanni Paolo II ad Agrigento contro la mafia. Il documento punta dunque la Sicilia:

“Non ovunque e non da tutti si gridano le parole risuonate nella Valle dei Templi” (...) “nel Mezzogiorno la Chiesa ha mostrato di recepire in maniera disomogenea la lezione profetica di Giovanni Paolo II”

E' bello vedere come oggi i vescovi italiani facciano autocritica affannandosi ad enfatizzare le importanti profezie di quello che ancora oggi pare sia indicato nel loro ambiente aristocratico con una apposizione dal senso dispregiativo: “il polacco”. Potevano ricordarsele prima le parole del “polacco” invece di aspettare non 3 lustri, ma ben 150 anni.

Questa ammissione di colpevolezza diventa mostruosa quando si pensa come ci sia voluto un Papa straniero per denunciare la grave inadempienza dei vertici della chiesa italiana che fino ad oggi non ha mosso un muscolo in questa direzione.

Quanto credito si può dare a questo “mea culpa”? Meno di zero. Dove vogliono arrivare gli aristocratici prelati lo si capisce dalla critica rivolta al federalismo:

Alla politica e alla maggioranza di Governo i vescovi chiedono di vigilare sul riassetto federale del Paese: ''Sarebbe una sconfitta per tutti se il federalismo allontanasse le diverse parti d'Italia''. Occorre, invece, un gioco di  squadra (...).

Eccolo qui il nocciolo del problema. I vescovi italiani sono preoccupati che qualche parte d'Italia si allontani. E notate con quanta delicatezza chiedono al governo di vigilare. Che contrasto con tutta la sguaiata vicenda Boffo!

Oggi loro sono per “il gioco di squadra”. Un gioco di squadra non fatto insieme alla Sicilia (o al sud in generale), ma contro di esso. Una chiamata, un appello a tutte le forze romano-centriche affinchè di uniscano contro la Sicilia, la parte d'Italia che al momento rischia di allontanarsi (il bluff di Bossi non se lo beve più nessuno).

Il punto cardine di questa strategia può essere sicuramente individuato in quel “dialogo con l'Islam” caldeggiato nel documento. Il suo collegamento alla questione meridionale non lascia spazio a fraintendimenti: il dialogo sottinteso non è sociale ma politico.

Nel sud Italia e soprattutto in Sicilia l'immigrazione maghrebina non ha causato alcuna tensione sociale. Il problema semmai riguarda il nord Italia, dove la quantità di immigrati rappresenta un serio problema che rischia di infiammarsi nella presenti tensioni economiche.

Voler quindi sperimentare il dialogo al sud “specialmente con l'islam” stona con il preteso tema pastorale ed umanitario del documento.

Quello che invece potrebbe prefigurarsi è un tentativo programmatico di accordo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo che lasci il Regno di Sicilia in mano al nord in cambio di qualche concessione. Una strategia, quella della protezione pseudo-mafiosa sui territori coloniali meridionali, che sembra essere connaturata ai disperati e marci apparati di potere italioti.

A ben vedere, il tentativo di Bagnasco non fa altro che ricalcare la strada seguita da Berlusconi per salvare il salvabile ponendosi come intermediario tra la Russia neo-zarista e la Sicilia.

Per dare forza al loro messaggio i vescovi mi citano i “martiri per la giustizia”, don Pino Puglisi, don Peppino Diana, il giudice Rosario Livatino.

Chissà dov'era il loro “gioco di squadra” quando quei martiri venivano massacrati.

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[*] Che italietta meschina: la voce di wikipedia (la libera enciclopedia) riguardante Fabrizio Corona “casualmente” evita di citare la vicenda di Lapo Elkann.

[**] Si vedano i post “Peppuccio il mangiapreti”, “La tempesta” e “Legume in mare


Eyes Wide Shut

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domenica, novembre 15, 2009

Corso di fotografia

La mitica figura di Osama Bin Laden non è più nitida come una volta. Gli ultimi avvistamenti sono testimoniati da foto in cui il profilo del leader di Al-Qaeda sembra scomparire in dissolvenza.

Ne ha parlato in questi termini anche il Corriere della Sera (“Bin Laden è vivo? Il giallo in un video”, Corriere.it 28 ottobre 2009), riferendo chiaramente di “dubbi” sull'autenticità dei vari video di Bin Laden recuperati da varie «società» USA (le significative virgolette sono del Corriere).

Queste ultime foto sarebbero state scattate durante una festività islamica. Logico chiedersi allora, come fa il quotidiano, se Bin Laden è tanto tranquillo da spassarsela in pubblico come mai altri suoi video propagandistici non vengano distribuiti. Le conclusioni sul perchè ciò non avvenga sono quantomeno interessanti :

“Un’assenza che viene letta da taluni come la conferma che è davvero morto. Con una variante: è vivo, ma è diventato irrilevante”.

E le due cose (morte o irrilevanza) sono davvero la stessa cosa. A Bin Laden non ci crede più nessuno e diventa inutile continuare a gridare al lupo: come nella storiella alla fine non ci si allarma più.

Ecco quindi che con una incredibile svolta, possibile solo tra gli zombie dalla tabula rasa che oramai riempiono le città occidentali ed ai quali è possibile rigirarla come si vuole, il Financial Times (tra gli altri) butta in prima pagina ("US to seek death penalty for 9/11 suspect", 13 novembre) il (nuovo) responsabile degli attacchi del 9/11 alle torri gemelle, Khaled Sheik Mohammad, con una bella foto (riportata in alto) che seppure fatta nei vicoli di Kandahar, dove non sono neanche capaci di mettere a fuoco Osama Bin Laden, sembra uscita pulita pulita da un concorso fotografico della National Geographic, tanto sono nitidi i peli della sua barba da estremista e tanto le ombre riescono a chiarire il pensiero omicida del fanatico.

Su Osama neanche un accenno. Svanito, anzi “soffuso” (per tornare alla foto del Corriere, riportata in fondo al post) lentamente nel “background”. Un giochetto di prestigio per far riapparire dai quei contorni fumosi i nuovi tratti somatici del nuovo responsabile dell'11 settembre.

Ma il Financial Times non si occupa solo di terrorismo internazionale. Da esso possiamo apprendere tanto anche sulla nostra terra. Anche in termini “programmatici” o “anticipatori”, se si sa leggere tra le righe.

Così anche questa settimana a pagina 4 si torna al centro del Mediterraneo. Anche se questa volta la Sicilia non è neanche menzionata, malgrado l'argomento forte del pezzo: la mafia.

Si, si avete capito bene: il Financial Times ieri, 14 novembre, ha dedicato un lungo articolo sulla storia della mafia italiana negli ultimi 20 anni (“Mafia rushed through gap in Berlin Wall”), richiamandolo pure in prima pagina, ma di Sicilia neanche l'ombra. Solo Calabria.

Secondo il giornalista, Guy Dinmore, la cadura del muro di Berlino ha proiettato la 'Ndrangheta “verso una portata globale ed uno status non raggiunto da altre organizzazioni criminali”. Ma non era Cosa Nostra ad avere questo “status”?

Importante, alla fine dell'impero sovietico “e possibilmente ancora oggi, era il traffico di materiale nucleare, prevalentemente dal blocco ex-sovietico”. Ma non erano i criminali siciliani quelli che cercavano di spacciare una bomba in giro per il mondo? Ne ha parlato anche Il Consiglio a suo tempo (si veda il post “Da dove viene la mafia, seconda parte”)

Poi si comincia a spararla veramente grossa: “Il contrabbando [di materie tossiche, ndr] ha portato Mister Fonti [un pentito, ndr] in giro per il mondo, inclusa la Somalia”, in modo da preparare il campo per accusare la 'Ndrangheta della morte di Ilaria Alpi. Si parla di un clan calabrese “al quale sono stati offerti 50 aerei cargo Ilyushin da un colonnello del KGB”, passando a criminalizzare tutti i calabresi che si azzardano ad uscire dal loro campo di concentramento malgrado si sia provveduto a distruggere la Salerno-Reggio Calabria:

Dopo, queste genti di montagna hanno mandato i loro figli nelle università. Ora sono professionisti – avvocati, consulenti, esperti di informatica, ingegneri. Hanno lasciato la Calabria e sono andati in giro per il mondo, organizzando investimenti con i soldi di famiglia. Un buona parte di questi soldi vedono la luce del giorno come imprese legittime”.

Nazismo puro. Come quello sino a oggi dedicato anche ai siciliani.

Alcune delle stronzate citate provengono ad un ridicolo articolo del Sole 24 Ore che se non altro causò la nascita di questo blog: “La 'ndrangheta come al-Qaida”, del 23 novembre 2005, fu lo spunto per il primo post in assoluto. Bisogna leggere cosa possono partorire certe menti raffinatissime:

La commissione parlamentare anti-mafia italiana ha paragonato la struttura in celle della ‘Ndrangheta, con la sua struttura basata sulla famiglia al modello organizzativo di al-Qaeda, e la sua reputazione nel mondo a quella di una multinazionale.

La mafia siciliana è scomparsa. Ed il cervello dell'occidentale medio, programmato per funzionare a comando, non potrà che rimuoverla dai suoi ricordi.

Rimossa anche geograficamente. La Calabria è “l'estremo sud dell'Italia” e “la regione più povera d'Italia”. Oltre non sembra esserci più niente. L'occidentale deve imparare che ora l'Italia e la mafia finiscono a Reggio Calabria. Ed il nuovo ordine ha effetto retroattivo: sarà sempre stato così.

Questa potrebbe essere un'interpretazione. Il voler segnalare una prossima scissione dell'isola dal suo passato più recente. Fatta l'isola indipendente, nessuno vorrebbe rimanerne completamente fuori vista l'importanza strategica che assumerà nello sviluppo economico della sponda sud del Mediterraneo. Per cui meglio riabilitarne l'immagine.

Ma un altro messaggio potrebbe essere contenuto tra le righe. Un messaggio relativo alla (vera) storia della mafia.

Il recente ed improvviso “ritorno della memoria” a riguardo della trattativa tra lo stato e la mafia doc siciliana, l'unica che nella realtà abbia mai avuto una qualche consistenza ed a tratti una propria libertà d'azione (si veda il post "Trattative riservata"), che nel Belpaese ha colpito impietosamente più persone dell'influenza suina, sembra essersi arrestato. I vari esponenti dell'Italia dei Valori, dai Di Pietro ai De Magistris, si sono zittiti.

Il baccano è a poco a poco scemato in seconda serata nei palinsesti porno-televisivi italiani dopo aver raggiunto un apice particolare quando Piero Grasso ed altri hanno cominciato a parlare di “Entità esterne” (si veda il post “Lo scheletro dell'occidente”).

Queste “Entità esterne” attraverso le pagine del Financial Times potrebbero voler segnalare che il messaggio sia arrivato a destinazione e che certe armi possono essere deposte. Nella situazione economica in cui si trova la City le minacce di Grasso di aprire le ante di chissà quale armadio sono materiale radioattivo molto più pericoloso dei fantasiosi traffici calabresi.


Lezione numero 1: la messa a fuoco


Altri post relativi al Financial Times:
La casa del figlio cambiato
Cime tempestose
L'Ingresso dell'India
Lo scoop dell'anno
La stampa inglese avverte l'Europa
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sabato, novembre 14, 2009

Un asino senza ali

Il trittico terrorista anti-siciliano composto dalle centrali nucleari, dagli inceneritori inseriti nel piano rifiuti licenziato dal governo Cuffaro e dal mitico ponte sullo stretto (si veda il post “Complotto terrorista”) ha subito un duro colpo di recente quando, andata deserta l'ennesima asta per la costruzioni delle mega strutture di diffusione oncologica, la Regione ha di fatto cancellato quel piano criminoso (si veda il post “De cinere surgo”).

Se al Presidente Lombardo va dato atto della battaglia vinta (anche se la vicenda è ancora lontana dalla sua conclusione), dall'altro la sua posizione nei confronti della irrealizzabile campata rimane deprecabile.

Il piano dei proponenti non è la sua realizzazione: essi oramai sanno benissimo che per quello non vi sono né le capacità tecnologiche, né i capitali. Bensì l'apertura dei cantieri. Esattamente la stessa tattica usata per un'altra opera inutile ed irrealizzabile, e cioè il raddoppio della Salerno Reggio Calabria.

Grazie ai decennali lavori effettuati sulla martoriata arteria stradale, l'economia di decine di imprese del nord Italia e di molte altre locali legate ai loro padroni padani da fili indicibili (leggi malavita organizzata) si è potuta trascinare sino ad oggi. I cantieri sullo stretto serviranno allo stesso scopo.

Basta leggere l'ultimo aggiornamento riguardante lo stato della progettazione e dei finanziamenti per rendersene conto (“Ponte sullo Stretto, entro fine anno ricapitalizzazione da 900 mln”, EconomiaSicilia.com 13 novembre 2009).

Mentre Ciucci parla di avvio dei lavori nelle prossime settimane, il capitale a disposizione rimane di 1.600 milioni (su 6.300 necessari...), di cui 300 milioni provenienti dall'ultima ricapitalizzazione della Ponte sullo Stretto, mentre il 60% dei fondi dovrebbe provenire da privati (ripeto: dovrebbe...).

Mancano ancora circa 900 milioni che dovrebbero arrivare tramite una ulteriore ricapitalizzazione entro la fine dell'anno.

Nel frattempo, non essendo ancora pronto il progetto definitivo, non si sa di quanto queste previsioni di spesa vadano riviste all'insù, quanto verranno a costare le opere accessorie (non contabilizzate nella somma totale) e quanto i privati siano realmente disposti a rischiare visto le poco invidiabili previsioni di rientro economico (si veda il post “Una pietra non fa primavera”).

In questo quadro la posizione di Lombardo è francamente surreale, anche in considerazione del fatto che molti altri politici siciliani del centrodestra si sono apertamente dichiarati contrari all'opera (ad esempio il finiano Granata) o implicitamente critici, come l'attuale ministro per l'ambiente Stefania Prestigiacomo (vedi il post “Vota Stefania”) o lo stesso Gianfranco Miccichè (vedi il post “A ruota libera”)

E' importante capire quanto la posizione favorevole di Palazzo d'Orleans sia dovuta a reale convinzione personale e quanto a motivazioni legate al calcolo politico o a posizioni di forza ancora ben radicate che gli impediscono di cambiare registro.

Il problema delle convinzioni personali rimane estremamente difficile da affrontare, ma alcuni indizi suggeriscono che quella convinzione personale non debba essere data per scontata e che i giochi politici la facciano da padrone.

La debolezza dei pontisti diventa sempre più evidente oggi malgrado i proclami contrari. Cosa strana se veramente il leader dell'MPA stesse buttando tutto il suo peso dietro alla mega-follia.

Invece Ciucci spesso deve ricorrere alle maniere forti per andare avanti in Sicilia.

Lo ha dovuto fare pochi giorni fa quando durante il vertice per i lavori preliminari dell'opera ha mandato un ultimatum alla CAS (il consorzio autostrade siciliane) minacciando al revoca della concessione. La CAS è francamente una vergogna anche per i già bassi standard delle regione. Ma la dichiarazione fatta contestualmente a questo vertice lascia prendere al tutto il grigio colore del ricatto.

Ciucci è infatti anche presidente dell'ANAS, il gestore della rete stradale ed autostradale italiana, e grazie al suo pervasivo controllo sulle infrastrutture siciliane, può fare male per davvero.

Ora la sua posizione di privilegio in quest'ambito è stata rafforzata grazie ad una gravissima decisione presa dal Ministro Matteoli: Ciucci è stato anche dichiarato commissario straordinario per le opere accessorie connesse alla megastruttura.

Rimane solo da definire quando un'opera possa dirsi accessoria o meno al ponte. Dal binario di Cannitello sulla sponda calabra, all'interramento della stazione di Messina, al raddoppio ed allo spostamento della linea per Catania (tutte opere che in realtà non hanno niente a che vedere con il ponte), il potere di ricatto diventa immenso.

Il ministro, fuori da ogni possibile regola democratica, ha nei fatti commissariato mezza Sicilia e mezza Calabria dando la precedenza su tutto agli sbancamenti per il ponte scavalcando anche lo Statuto dell'Autonomia (oltre ai morti di Messina...), al solito.

Tutti accelerano con l'avvicinarsi delle elezioni in Sicilia ed a Roma. Oltre al pecoraio anche il presidente della “ponte sullo stretto” potrebbe avere le ore contate. A quel punto è bene che Lombardo o chiunque sia il prossimo Presidente cambi immediatamente direzione, perché ogni pazienza ha un limite e ciucci che facciano i bravacci a casa nostra non ne vogliamo più vedere.

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domenica, novembre 08, 2009

Colpo di coda

Non bisogna mai aver timore dell'avversario. Ma nemmeno sottovalutarlo.

Ci si aspettava qualche bella sorpresa da Termini Imerese dopo gli improvvisi accordi tra Marchionne e Putin del 7 ottobre ed il susseguente viaggio di Berlusconi a Mosca, ed invece la FIAT insiste: niente autovetture assemblate in Sicilia e riconversione della fabbrica alla componentistica per trattori della Cnh.

Una decisione che sa di sberleffo, visto che proprio intorno alla Cnh si è giocato l'accordo tra il Lingotto ed uno degli occupanti del Cremlino (“Marchionne vola da Putin Accordo sui veicoli industriali” Corriere della Sera 8 ottobre 2009) [*].

Sarebbe la prima volta che il Presidente del Consiglio riesce a spingere un disegno anti-siciliano tra i corridoi del potere moscovita. E purtroppo questa non è l'unica notizia poco felice.

Il campionato di calcio è uno dei nodi principali del potere politico ed economico in Italia. Ogni spostamento anche minimo viene riflesso nell'andamento delle squadre coinvolte nei campionati professionistici.

L'anno passato siamo stati testimoni del riassestamento verso sud del potere calcistico quando l'alleanza tra Catania e Palermo (insieme ad altre società quali Lazio, Napoli, Sampdoria, Genoa, Udinese, Bologna, Milan e forse Juventus) riuscì a togliere terreno sotto l'allora presidente di lega Matarrese (si veda il post “Una cosa che andava fatta”). Non appena questi cadde, immediatamente il fratello pensò bene di vendere il Bari, giusto giusto risalito nella prima serie grazie agli auspici del gruppo in quel momento ai vertici.

Eppure... eppure oggi, dopo 12 giornate di campionato, qualche cosa non quadra. Come mai il Catania viaggia sommesso nelle ultime posizioni in classifica malgrado il suo potere in Lega sia aumentato a dismisura con il suo amministratore delegato (Pietro Lo Monaco) eletto consigliere insieme ai rappresentanti delle squadre elencate sopra?

Si potrebbe imputare tutto alla sfortuna o a scelte tecniche discutibili. Ma c'è da rilevare anche l'assoluto immobilismo della società che non prende provvedimento alcuno. Sostituendo l'allenatore ad esempio. Solo una triste rassegnazione.

Le solite coincidenze suggeriscono che potrebbe esserci dell'altro.

Lo scorso 3 novembre Antonino Pulvirenti, presidente del Catania Calcio, è stato accusato di evasione fiscale proprio in merito all'acquisto della società sportiva da Gaucci (“Pulvirenti accusato di evasione fiscale ”, LaSiciliaWeb 3 novembre 2009). Le motivazioni sono farraginose (il pacchetto di proprietà sarebbe passato attraverso una società intermedia per realizzare minusvalenze) e, dato lo stato del sistema giudiziario italiano e l'ambiguità delle leggi, sembrano indicare che la decisione del giudice, strategicamente piazzata a fine campionato (11 luglio), potrebbe essere squisitamente politica.

Ieri invece è toccato all'altra importante azienda dell'imprenditore etneo, la compagnia aerea Windjet. Un suo aereo in volo per Mosca è stato costretto ad un atterraggio in Bielorussia a causa di una crepa apparsa in uno dei finestrini della cabina di pilotaggio. La notizia è stata subito ripresa dai media nazionali (“Atterraggio forzato a Minsk di un volo Wind Jet dall'Italia”, Corriere.it, 7 novembre 2009).

Bisogna fare molta attenzione a gridare al lupo, ma è sempre quell'accavallarsi di coincidenze che salta all'occhio. Se però si accetta la tesi intimidatoria volta al ricatto politico (successo economico + successo sportivo = voti), una cosa è certa: non può essere casuale la scelta del volo, diretto in Russia.

Questo mirino puntato ad est ci ricollega ai fatti di Termini riportati sopra. Rendendo più pressante l'interrogativo sul cosa sia cambiato a Mosca.

Le voci circa un “raffreddamento” dei rapporti tra l'attuale Presidente della Federazione Russa, Dimitri Medvedev, ed il suo predecessore si susseguono dalla scorsa primavera, quando all'improvviso il primo rilasciò una intervista ad un giornale notoriamente critico dell'operato di Putin, il "Novaya Gazeta", nella quale si strizzava parecchio l'occhio ai liberali (leggi occidente). Intervista che la sua portavoce, Natalya Timakova, allora dichiarò “un’autonoma decisione del presidente” (cioè contraria al parere di Putin) aggiungendo che “Rilasciando questa intervista, il presidente vuole esprimere il suo supporto morale al giornale” (“Medvedev si smarca da Putin aprendo alla stampa e parlando di libertà”, L'Occidentale 16 aprile 2009).

Nei mesi seguenti abbiamo effettivamente visto sempre più in giro tra le pagine dei giornali Medvedev e sempre meno Putin. E dietro il fumo pare si celi anche l'arrosto. E' stato lo stesso Medvedev a trattare con Washington la fine del progettato scudo anti-iraniano (ed anti-russo) nell'Europa dell'Est (si veda il post “Tutte le scarpe del Presidente”), apparentemente assicurando in cambio un certo appoggio nel confronto con l'Iran.

Una frattura dove si potrebbe essere insinuato velocemente il nostro caro Silvio piazzando un tremendo colpo di coda. Si provi ad immaginare: che altro poteva fare, il caro Silvio, se non spiegare all'amico Vladimir che se non avesse ottenuto ascolto da lui non avrebbe avuto altra scelta che andare a bussare a Dimitri?

Rimane da capire quanto il Presidente russo voglia strizzare l'occhio ai liberali (leggi sempre “occidente”). Le ultime dichiarazioni trapelate dopo l'apparente rifiuto iraniano all'arricchimento in Francia dell'uranio necessario ai suoi reattori risultano abbastanza ambigue da risultare rassicuranti per la Sicilia:

"Non vorrei che tutto ciò si concludesse con l'adozione di sanzioni internazionali, poichè le sanzioni, come è noto, sono una strada in una direzione molto complessa e pericolosa. Ma se non ci saranno passi avanti, nessuno può escludere un tale scenario"

Parole che sanno di temporeggiamento lasciando aperta la speranza che tutto torni al suo posto e che la frattura russa sia solo dovuta ad una questione interna e non a divergenze ideologiche più profonde che dilanierebbero l'intero fronte orientale.

Perchè una cosa deve essere chiara a tutti: l'unico destino possibile per la Sicilia è ad oriente. Qualunque altra direzione risulterebbe fatale al nostro Popolo. Ogni volta in cui la Russia vacilla i contraccolpi arrivano amplificati al centro del Mediterraneo, ma se la Terza Roma riuscirà a ricomporsi anche noi alla fine ne usciremo rafforzati.


Berlusconi e Putin indossano il salvagente per cercare di rimanere ancora a galla


Aggiornato il 9 ottobre 2009
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[*] Per ricapitolare, ricordiamo che la sorte di Termini Imerese sembrava legata alle trattative di Berlino che vedevano la FIAT contrapposta ad una cordata russo-canadese per l'acquisto di OPEL. La FIAT ne uscì sconfitta e finalmente scoprì le carte ammettendo che quella sconfitta avrebbe significato al fine della fabbrica siciliana (da notare come questo fosse il contrario di quanto fatto trapelare in precedenza, e cioè la notizia secondo cui se FIAT avesse acquistato Opel, Termini avrebbe chiuso). Ma ora il gioco di Berlusconi si fa più chiaro: il suo mancato supporto in quel frangente alla casa automobilistica torinese ha forzato Marchionne a pagare dazio ad Arcore, ed ora il pecoraio può minacciare i ribelli siciliani.
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venerdì, novembre 06, 2009

Una pietra non fa primavera

Quelli del mitico ponte sullo stretto non rispettano mai i tempi. Assicurano questo, assicurano quello. Ma poi vengono puntualmente smentiti dai fatti.

E' dal 2008 che, tutti in coro, da Ciucci al ministro Matteoli, ci assicurano (qualcuno direbbe “ci minacciano”...) che la posa della prima pietra sarebbe avvenuta nella prima metà del 2010:

La prima pietra a metà del 2010, ha assicurato il ministro nel maggio 2008

L'apertura dei cantieri è prevista per maggio-giugno 2010, ha chiosato Ciucci nel luglio dello stesso anno.

Ed invece lo scorso 15 ottobre ci siamo svegliati con un netto cambiamento di programma. Una smentita, quella del ministro, completamente diversa dalle precedenti:

"I lavori del ponte sullo Stretto di Messina inizieranno il 23 dicembre di quest'anno e termineranno nel 2016"

Capovolgimento di fronte, questa volta siamo di fronte ad una improvvisa accelerazione! Certo, i siti dei maggiori quotidiani siciliani la notizia l'hanno data a metà, in modo da disinformare attentamente i lettori: si sono casualmente scordati di citare dove sarebbe stata posata questa prima pietra, cioè alla stazione di Cannitello, sul versante calabro.

Qualche dubbio allora sorge. Una associazione di professionisti dell'area dello stretto fa una osservazione interessante (“Il Ponte e la prima pietra: grande opera o grande bluff?”, TempoStretto.it 20 ottobre 2009):

«Per il Ponte sullo Stretto di Messina non esiste allo stato neppure il progetto, se non nella sua versione preliminare. Non può dunque aprirsi nessun “cantiere del ponte”. Ciò che potrà iniziare tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo sono i lavori per la cosiddetta “variante Cannitello”: un’opera di interramento del tracciato ferroviario calabrese in prossimità di Villa S. Giovanni il cui progetto è stato approvato dal Cipe nel marzo del 2006 (Governo Berlusconi), dissociandolo esplicitamente (per indirizzo dello stesso Ministero delle Infrastrutture) dal progetto del Ponte. La “variante Cannitello” costituisce esclusivamente la prima fase di un più ampio progetto di miglioramento ambientale per la costa calabrese, rientrando nel disegno di interramento del tracciato ferroviario definito “Variante finale alla linea storica in località Cannitello”»

La sensazione che si voglia a tutti i costi fare credere che i lavori siano iniziati si rafforza grazia alla excusatio non petita di un Ciucci in difficoltà che risponde proprio alle righe riportate sopra (“Ponte sullo Stretto. Le precisazioni di Ciucci”, TempoStretto.it 21 ottobre 2009):

«Si tratta davvero della posa della prima pietra del Ponte sullo Stretto (...) Tutte le opere infrastrutturali, da che mondo è mondo, iniziano eliminando le interferenze.»

Forse. Ma le dichiarazioni di qualche politico fanno aumentare le perplessità. E non si tratta di una figura di secondo piano. Raffaele Lombardo sentendo l'annuncio ha aggiunto ("Il ponte? Pronto nel 2016" E Lombardo alza la posta, LaSiciliaWeb.it 15 ottobre 2009):

"Ho incontrato questa mattina il presidente dell'Anas. Se mi propone di partecipare a un eventuale aumento di capitale della società del ponte sullo Stretto, la Regione siciliana parteciperà con 100 milioni di euro. Se questa è la condizione per realizzare l'opera allora parteciperemo"

A parte al cifra irrisoria rispetto al totale dell'opera (3,8 miliardi!), ma perché questo aumento di capitale? Ci sono altri problemi di cui Ciucci democraticamente non riferisce ed a cui Lombardo malignamente allude?

Il settimanale L'Espresso indaga in questa direzione e suggerisce una risposta: il piano finanziario dell'opera è saltato completamente ed a causa della diminuzione del traffico nell'area dello stretto i tempi previsti per il recupero delle somme da parte dei privati potrebbe raddoppiarsi tranquillamente (“Il ponte si pagherà in 60 anni”, 26 ottobre 2009).

I numeri parlano chiaro:

Se si guardano i bilanci delle Ferrovie e della Caronte & Tourist, emerge un dato interessante: oggi il giro d'affari del trasporto sullo Stretto vale circa 120 milioni di euro. Una piccola torta, se si considera che la Stretto Spa dovrà restituire alle banche e ai soci pubblici (l'Anas e le Fs) circa 5 miliardi su 6,3.

Anche quando il ponte dovesse assicurarsi il 100% del traffico non sembra possibile che i 30 anni previsti possano bastare a ripagare il debito. Cosa che non fa certo gioire i detentori del capitale privato.

E quel 100% sembra un'idea ridicola. Da gennaio del 2010 partirà il progetto “Metropolitana dal mare” tra Messina e Reggio Calabria, un servizio che prevede collegamenti tra le due sponde con fermate a Messina porto, Papardo, Villa San Giovanni e Reggio Calabria ed il riavvio della tratta tra il porto di Messina e l’aeroporto di Reggio Calabria (“Consiglio di Stato sdogana Metropolitana del Mare”, EconomiaSicilia.com 30 ottobre 2009). Un sistema che finalmente permetterà l'avvio dell'integrazione economica dell'area dello stretto e che farà in modo che il traffico pendolare giornaliero non venga mai intercettato dal ponte. Una fetta non indifferente di quel 100%.

E non finisce qui.

L'Espresso nota anche un altro particolare, da inquadrare nel contesto geopolitico mediterraneo in cui la Sicilia sta cominciando ad inserirsi.

Le più recenti cifre sul traffico, infatti, dicono che il passaggio sullo Stretto sta diventando sempre meno cruciale nelle rotte per la Sicilia. Questo sia per il boom dei voli low-cost, che per le nuove autostrade del mare che saltano l'area del ponte e che fanno diventare il traffico locale una parte sempre più consistente di quel 100%. Le ferrovie in particolare si stanno ritirando a gran velocità da quell'area (si veda il post “In carrozza, si riparte”)

Il disimpegno all'attraversamento dello stretto tramite le navi di RFI non ha niente a che vedere con il ponte. Anzi. L'opera, per la quale manca ancore un progetto esecutivo, sarà pronta secondo i sogni di Matteoli nel 2016. Se nel frattempo si costringono gli utenti che ancora insistono masochisticamente a viaggiare sino a Roma tra i disservizi di Trenitalia ad utilizzare altri mezzi più comodi e più convenienti, non sarà poi facile richiamarli indietro.

Se veramente Trenitalia puntasse sul ponte, dovrebbe tenersi quei collegamenti via mare stretti. Dovrebbe migliorare il servizio invece di dismetterlo.

Quindi anche la fetta relativa ai passeggeri a lunga percorrenza potrebbe non essere intercettata dal ponte.

Rimane la fetta delle merci, che sta diminuendo grazie alle autostrade del mare e presto anche al potenziamento dei collegamenti cargo dagli aeroporti di Comiso e Trapani.

L'isola al momento non produce praticamente niente. Importa da nord tutto quello che consuma (tranne l'energia...). Purtroppo per qualcuno la situazione sta per cambiare. Nel giro di un decennio, da mercato di consumo la nostra economia si trasformerà completamente. I servizi nel campo della logistica e la produzione di beni lavorati e non (agricoltura, lapideo) diventeranno l'asse portante. E le banche lo sanno benissimo.

Il flusso di merci in discesa da nord è destinato a diminuire notevolmente. E le merci prodotte o scambiate negli hub logistici dell'isola non andranno a nord, bensì prevalentemente a sud, verso il nord-Africa, l'area dove si prevede il più forte tasso di sviluppo nei prossimi 10 anni. Di nuovo niente ponte, dunque. Ed anche questo le banche lo sanno benissimo.

Lo stesso Sud Italia, dotato dei porti di Gioia Tauro e Taranto, non avrà bisogno di fare passare le proprie merci dalla Sicilia. E dall'Europa le distanze per Tripoli e compagnia bella non sono così elevate da necessitare uno scalo intermedio.

Quel flusso del 100% si è ridotto ad un rivolo fituso.

La dichiarazione di Ciucci e Matteoli secondo molti ha una funzione politica: “Il governo è alla ricerca di un colpo a effetto e l'apertura in diretta televisiva del cantiere per un'opera accessoria si riduce a mera propaganda”, continua ancora L'Espresso.

Le banche sanno tutto, il governo sa tutto. Persino Trenitalia sa tutto. Ma allora perchè continuare a parlare di ponte?

Il vero regalo alla “mafia”, se così possiamo chiamare la corruzione politica italiana, non è la costruzione del ponte, ma il suo rinvio. Grazie alla presenza di una società ad hoc per qualcosa la cui realizzazione si è sempre rimandata nel tempo, si sono imboscate cifre tali da far impallidire le cosche più agguerrite. Oggi che si sa che il ponte non si farà mai, si tira ancora la carretta per cercare di ciucci-are ancora fondi neri.

Non aspettiamoci altro che omertà dall'opposizione, che sa benissimo anche lei. Gli anti-pontisti dei partiti nazionali sono come gli anti-mafiosi: scomparsa la minaccia, scomparsa un'arma propagandistica contro il governo.

Un po' come per Cuffaro. Ricordate: quando l'ex presidente si dimise, Prodi e Amato si imbufalirono ancora di più ed indispettiti lo “destituirono”. Capivano che un bersaglio facile come quello in Sicilia non lo avrebbero trovato più.

Ne vedremo scagliare tante, di prime pietre. Ne sentiremo ancora di questi annunci. Tutti a proposito di opere accessorie che in realtà con il ponte hanno poco a che spartire, dall'interramento della stazione di Messina allo spostamento a monte della linea Messina-Catania, un progetto risalente agli anni 70.

Proprio Cuffaro aveva visto giusto a proposito del tunnel tra la Sicilia e la Tunisia (si veda il progetto), reale o ideale che fosse: 150 km molto più concreti dei tre previsti nei sogni di Ciucci e Matteoli.


Il tunnel sotto lo stretto


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lunedì, novembre 02, 2009

Zucche vuote

In una piccola cittadina della Val di Noto si è conservata nei secoli una semplice tradizione che oggi ne fa l'unico posto al mondo, o almeno uno dei pochi rimasti, dove ancora si prepara la cioccolata.

Beninteso, non la immonda schifezza propinataci dalle multinazionali del cibo chimico. Bensì quella vera, preparata secondo ricette provenienti dall'America centrale quasi scomparse nello stesso Messico.

La cittadina in questione è Modica. E la ricetta vi è arrivata insieme con le famiglie di conquistadores ai quali il Re di Spagna (e di Sicilia), come premio per le vittorie riportate oltre oceano, aveva concesso dei feudi in zone più vicine a casa.

Vi è però un altra tradizione che unisce la Sicilia al Messico e che potrebbe essere arrivata allo stesso modo: la festa dei morti, celebrata tra l'1 (Ognissanti) ed il 2 di novembre, giorno dei morti vero e proprio.

La venerazione degli antenati è un tratto comune a molte civiltà e religioni, sia del vecchio che del nuovo mondo: dai penati romani ai culti mesoamericani dai quali i tipici festeggiamenti messicani e quelli siciliani pare discendano, sino al sorgere del cristianesimo che ha trasformato in parte il significato delle tradizioni precedenti spostandole dal mondo degli inferi a quello delle sfere celesti.

In Sicilia come in Messico il giorno in cui si ricordano i propri familiari scomparsi è un giorno di festa caratterizzato da dolci, regali, danze (almeno tra le popolazioni americane) e dalla visita ai propri cari al cimitero per ricambiare quella fatta dai nostri antenati per portare i doni ai bambini durante la notte precedente.

Ma è qui da noi che tale ricorrenza raggiunge l'apice più alto: in Sicilia la festa dei morti diventa una delle più chiare manifestazioni dell'identità stessa del nostro Popolo e forse è proprio la naturalezza con cui essa si fonde al nostro sentire quotidiano il motivo per cui non ci accorgiamo di quello che stiamo perdendo quando permettiamo ai rinnegati che corrompono i nostri bambini protetti da una cattedra di organizzare nelle scuole la cosiddetta “festa di Halloween”.

La distorsione che Tomasi di Lampedusa fa del nostro rapporto con l'aldilà, quando ne “Il Gattopardo” descrive il desiderio di autodistruzione insito nella dolcezza dei sorbetti e nella sconfinata galanteria delle interminabili feste mondane, ingannato dall'estinguersi del suo mondo aristocratico, è stata sapientemente strumentalizzata politicamente ad uso e consumo dell'immagine preconfezionata che si intendeva dare all'Italia ed agli italiani di queste terre baciate (o bruciate, nell'accezione gattopardesca...) dal sole.

In questo modo si è fatta diventare la nostra una civiltà di morte, quando è proprio la notte tra l'1 ed il 2 novembre che questa nostra civiltà si rivela nel pieno trionfo della vita, un trionfo tale da sconfiggere completamente la paura di tanatos nel momento del ricevimento della visita notturna.

Una visita che non viene fatta da “fantasmi”, ma dai nostri avi in carne ed ossa. Essi tornano per dare ai più piccini la più importante di tutte le lezioni di vita. Il regalo ricevuto rivela al bambino, tramite la presenza di un legame con chi è venuto prima di lui, lo scopo stesso della vita: quello di dedicare ciò che faremo durante il nostro passaggio sulla terra al prossimo nostro. Di preservare ciò che abbiamo per chi verrà dopo di noi.

In questo modo la morte viene trasformata in vita. E quel regalo ricevuto dal bambino evolverà durante l'adolescenza in un adulto che vivrà senza temere la morte e senza essere al tempo stesso schiavo della vita e dei beni materiali che si possono in essa ammassare. Beni materiali che verranno accumulati solo in funzione del valore che essi possono avere per le generazioni future, e non in funzione di quel finto godimento estemporaneo che pervade questa nostra era.

La festa dei morti siciliana celebra la sconfitta del caduco e del fatuo, prepara al sacrificio di sé e al compimento del proprio dovere. Prepara ad essere eroi nella quotidianità (si veda il post “Eroi per scelta”). Prepara ad essere Popolo. Essa ci ha reso immuni al pensiero della fine della nostra corporeità, tanto da farci “flirtare” con quella fine durante ogni altra manifestazione delle nostre tradizioni, incluse quelle fraintese dall'artista.

Ed invece quei rinnegati, da dietro ad una cattedra, stanno preparando la vittoria della morte, del caduco e del fatuo. La fine della civiltà tramite la risoluzione del legame che ci lega ai nostri antenati, quei morti che ora sono diventati capaci di strane magie e di brutti scherzi. Quei morti che ora temiamo.

La festa di Halloween insegna ai nostri bambini la paura di morire, l'orrore della fine. Insegna loro a vivere nella vigliaccheria. Tramutandosi attraverso l'adolescenza in un adulto capriccioso ed attaccato ai propri telefonini e allo schermo al plasma gigante acquistato con 36 comode rate mensili. Perchè oltre la vita c'è solo il vuoto, l'orrore.

Meglio godersela tutta da soli, digitando vacue frasi senz'anima sulla tastiera dell'ultimo cellulare alla moda, questa povera vita senza scopo alcuno.

Nota finale: la festa dei morti siciliana potrebbe essere considerata come la miglior reiterazione della resurrezione di Gesù Cristo, attraverso la quale, secondo la dottrina cristiana, il Figlio di Dio sconfigge la morte. Esattamente come nella rappresentazione popolare. E viceversa: il racconto della resurrezione di Cristo potrebbe a sua volta in parte essere stato influenzato dai preesistenti culti degli antenati.

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sabato, ottobre 31, 2009

La casa del figlio cambiato

Che immagine offre di sé la Sicilia nel mondo? Ecco una domanda la cui risposta sembra evolvere nel tempo, almeno a giudicare da quello che si scopre in rete.

Se da un lato ogni volta che i vari media occidentali parlano dell'isola cercano ancora di associarla irrimediabilmente alla mafia per obiettivi politici dalla coda caprina, dall'altro quegli stessi giornali non possono fare altro che prendere nota e proporre ai loro lettori anche l'immagine che in fondo sono essi stessi a sentire come più rappresentativa per la nostra Patria.


E quale sia al momento questa immagine lo ha suggerito il recente sondaggio effettuato dalla Condè Nast, nota rivista turistica francese, trai suoi lettori e che ha eletto la Sicilia migliore destinazione turistica al mondo, davanti alla stessa Italia.

Gli inglesi in particolare, malgrado la divergenze politiche, non hanno intenzione di rimanere indietro in ambito turistico o enologico, o in quello dell'immobiliare.

Così ad esempio è doveroso prendere nota dell''Economist che ha avuto l'onestà di ammettere l'eccellenza dei vini siciliani pur gettando il solito fango sul resto, come ricordato da varie testate, o del Guardian che ha descritto l'isola di Alicudi come una gemma nascosta da scoprire.

Gli esempi sono tanti e vale la pena proporli man mano che si presenta l'occasione.

Oggi mi piace annotare una semplicissima citazione del Financial Times che riporta nella sezione dedicata all'immobiliare un articolo sulle proprietà appartenute a scrittori famosi in Inghilterra (“Writers in residence”, 31 ottobre 2009).

In fondo all'articolo è riportata una striminzita lista di luoghi simili in altre parti del mondo.

Ebbene, in mezzo alle case abitate da Dostoevsky, Victor Hugo, Charles Dickens, l'autore riporta la quella natale di Luigi Pirandello ad Agrigento esortando il lettore ad andarla a visitare.

Forse al mondo non esistono i nemici, ma solo i potenziali amici. Le opportunità sono tante: basta saperle sfruttare.

Post Scriptum: Il titolo del post deriva dalla biografia di Pirandello scritta da Andrea Camilleri, "Biografia del figlio cambiato".

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giovedì, ottobre 29, 2009

La nazione infetta

La brillante idea di un governo mondiale, di uno stato globale unico sotto il quale una sola umanità si possa sollazzare ininterrottamente come polli in batteria in una perpetua ed algida pace dei sensi, non è venuta oggi ad un gruppo di massoni dell'ultima ora. Il progetto parte da molto lontano ed è stato portato avanti attraverso i secoli da adepti che vi aderivano (e vi aderiscono) in modo totale ed assoluto allo stesso modo in cui un credente aderisce con fervore ai misteri della propria fede.

Oggi vediamo la possibile materializzazione dello spettro di questa superdittatura, prima europea e poi mondiale, malcelata dietro il Trattato di Lisbona. Nelle alte sfere del potere però l'obiettivo finale non è mai stato un mistero, da un lato come dall'altro: la testa ruzzolante di Luigi XVI più di duecento anni fa capiva perfettamente cosa gli stesse spiccando la testa dal collo, e lo stesso potrebbe dirsi del Borbone mentre vedeva il suo stato liquefarsi ai piedi di un pirata di bassa lega.

La Comunità europea, le cui basi attuative furono gettate quando a Messina nel 1955 i ministri degli esteri degli stati fondatori firmarono una dichiarazione d'intenti in tal proposito (si veda il post “La Comunità dalle gambe corte”), al pari di tanti simili progetti oggi presenti un po' ovunque nel mondo (vedi il Gatt nord-americano o il GCC dei paesi della penisola arabica o l'ASEAN), non è altro che un passo nella direzione del governo unico globale.

La Repubblica in Italia inoltre fu instaurata precisamente con l'obiettivo di procedere verso il mostro europeo di oggi ed infettata tramite l'articolo 11 della costituzione, dove i “padri” della patria (massonica) inserirono il seguente virus:

“L'Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

La costituzione italiana prevede esplicitamente lo smantellamento della patria per favorire un qualche futuro e fumoso (nel senso di solfureo) progetto che assicuri pace e “giustizia” (quale giustizia?) tra le nazioni in via di estinzione.

Certo il cammino non è poi stato così semplice e felice come quella bella frase auspicava, e si è dovuti ricorrere ad imbrogli e sotterfugi, inclusi il più volte ripetuto referendum irlandese ed alcune modifiche non proprio ortodosse alla costituzione italiana per poter accettare lo scippo della sovranità monetaria ed altre sottigliezze (si veda a tal proposito l'interessantissimo e dettagliato articolo di Solange Manfredi “Il grande inganno: da Maastricht a Lisbona”, Paolo Franceschetti Blog 23 ottobre 2009).

Ma altre operazioni hanno accompagnato negli ultimi anni lo sbocciare di questi agenti infettivi per favorire l'avvicinarsi a quel traguardo nascosto che oramai tutti hanno avvistato.

Una delle più importanti è stato il risveglio manovrato delle autonomie regionali in quasi tutti gli stati dell'Europa occidentale.

A partire dagli anni 90 l'esistenza degli stati nazionali non è stata minata solo dall'alto grazie ai vari processi di centralizzazione facenti perno sulla creazione della Banca Centrale Europea, ma anche dal basso a seguito delle spinte centrifughe dovute a questi movimenti autonomisti o indipendentisti.

La Spagna è stato forse il paese più colpito da questa “sindrome” con le rivendicazioni basche e catalane. Ma anche la Francia è stata scossa dal “revival” corso, l'unione britannica dalla ritrovata “verve” degli scozzesi, il Belgio dalle prese di coscienza delle sue due metà (quella fiamminga e quella francofona)

Movimenti aventi tutti una base storica solida ed ampiamente riconosciuta, sia ben chiaro. Ma che all'improvviso trovavano spazio politico e mass-mediatico in ambienti che fino a pochi anni prima erano assolutamente impermeabili a spinte di questo tipo.

Si pensi ad esempio alle politiche di decentramento condotte dal governo Zapatero in Spagna. O al cedimento del governo britannico che concede agli scozzesi addirittura un parlamento autonomo.

Giornali e televisione non sono da meno. E lo notiamo attraversando le Alpi: da noi è la Lega Nord, un movimento nato dalla fusione di tutta una serie di micro-partitini padani, che improvvisamente entra a far parte di questa élite autonomista. Ebbene, si pensi a quanto abbia influito sul successo di Bossi e compagni lo spazio gentilmente concesso a livello continentale dai media: nel giro di pochi mesi in Europa sanno tutti dell'eroico movimento separatista che lotta contro la poca voglia di lavorare dei terroni.

La cosa più strana è proprio il modo in cui viene retto il moccolo alla formazione padana, che viene sì accusata di razzismo e di un'altra fantasiosa malattia occidentale (la xenofobia), ma evitando accuratamente di smentire le cause di quel razzismo così da additarle come veritiere agli occhi dell'opinione pubblica occidentale e possibilmente mondiale.

Il gioco è rischioso, poiché bisogna stare attenti a non farsi sfuggire di mano i movimenti che si vogliono pilotare o l'implosione controllata degli stati-nazione europei non andrebbe a buon fine: quegli stessi movimenti indipendentisti non ci metterebbero niente a trasformasi in anti-europeisti non appena abbattuti gli stati-nazione.

In questo quadro a questo punto si inserisce una strana dimenticanza.

L'unico movimento “rivoluzionario”, di ribellione alla costrizione degli stati nazionali moderni che abbia avuto un qualche successo politico dal dopoguerra ad oggi nell'Europa occidentale è stato quello siciliano del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), affiancato dalla minaccia armata dell'EVIS (Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), che impose importanti modifiche all'assetto costituzionale italiano ottenendo l'approvazione di uno statuto autonomista prima del voto referendario che mandò i Savoia in esilio. Il tutto senza piazzare bombe a destra ed a sinistra o ammazzando turisti e passanti come altri hanno fatto di recente.

Le azioni del MIS e dell'EVIS dovrebbero essere tenute ad esempio da tutti i movimenti di autonomia regionale europei, eppure questo non accade. A livello mediatico vi è stato in questi anni un assoluto silenzio a reti unificate. Il MIS viene citato con la massima parsimonia o come appendice mafiosa delle congenita tendenza criminale isolana.

In pratica le élite finanziarie che stanno gestendo lo scardinamento delle democrazie europee a forza di trattati non hanno ritenuto opportuno utilizzare le fortissime spinte centrifughe siciliane per controllare l'implosione italiana, ma si sono rivolte ad una improbabile Lega Nord, fautrice di una ancora più improbabile “patria padana”. Lega Nord che ha anche avuto buon gioco nel tenere sott'occhio i veri movimenti indipendentisti del nord Italia, dal Veneto alla Liguria.

Si potrebbe a questo punto ritenere che le spinte "sicilianiste" non fossero ritenute affidabili o gestibili da Bruxelles, o addirittura che fossero già state intercettate da qualcun altro [*].

Ma fino a quando queste forze si potevano nascondere? La Lega Nord, tra gli altri, aveva anche il compito di bloccare queste spinte forzando i vari governi (più o meno compiacenti) alla chiusura di ogni forma di trasferimento di risorse economiche dallo stato centrale verso la Sicilia ed il Sud. In altre parole cingendo d'assedio l'isola e cercando di costringerla alla resa per fame.

Sotto questo aspetto potremmo anche sospettare che Bossi sia stato incaricato [**] di cercare preferenzialmente alleanze con il centrodestra di Berlusconi, perché quest'ultimo premeva invece per aumentare i trasferimenti verso sud [***], cosa che gli avrebbe permesso di ottenere quegli appoggi “orientali” utili per contrastare i suoi nemici della City londinese: la sinistra post-comunista, interamente nelle mani di quella City, non aveva certo bisogno della spinta della Lega Nord per andare contro il sud. Chi doveva essere guidato o costretto a compiere certi passi era proprio Berlusconi.

Oggi possiamo dire che anche se i leghisti sono riusciti a ritardare il propagarsi di quelle spinte, non sono riusciti certo a fermarle, al punto che i poteri di Bruxelles, preoccupati che le idee siciliane possano dilagare al Sud Italia, hanno finalmente cominciato a squarciato quel velo di silenzio.

Se ieri è stata la rivista Limes (Rivista Italiana di Geopolitica), del gruppo editoriale L'Espresso, a pubblicare un dettagliato articolo dal significativo titolo “Sicilia Nazione” (edizione del marzo 2009, purtroppo non consultabile online), oggi è il giullare di corte Beppe Grillo ad urlare pubblicamente La Sicilia si dichiari indipendente. Da sola ha più possibilità di farcela che con i cosiddetti continentali, riuscirà a proteggere meglio i suoi uomini migliori. Meglio sola che male accompagnata da chi è peggio dei mafiosi.” (“Gli smemorati di mafia”, Beppe Grillo Blog 23 ottobre 2009).

L'articolo di Limes, scritto da Paolo Verre (ottima la scelta del cognome per l'argomento trattato...), prima procede con il solito tono canzonatorio (“La rete di relazioni diplomatiche della Sicilia all'estero è dunque una chimera”) senza dimenticare la giusta propaganda che tornerà utile nell'eventuale dopo secessione (“Certo a guardar bene [il progetto autonomista di affaele Lombardo, ndr] potrebbe sembrare la riproduzione postdatata del progetto secessionista targato P2 e condiviso dalle falangi mafiose”), poi però chiude su una nota molto più seria:

“Ma nello scenario dell'Euromediterraneo la Sicilia potrebbe veramente contare di più. Se il pensiero inconfessabile di Tremonti è quello di liberarsi dal peso che rappresenta la Sicilia, non è da escludere, in un futuro neanche troppo distante, che il tentativo di sganciarsi dal resto del paese possa invece partire da Sud, dalla Sicilia. Dando così concretezza alle previsioni di Jaques Attali, che nella sua breve storia del futuro preconizza una scissione tra il Sud ed il Nord del nostro paese”

Più chiaro di così: Tremonti (ma anche Grillo e chi tira le fila delle sue dichiarazioni) preferirebbero che la Sicilia si stacchi subito, perché altrimenti potrebbe farlo dopo da una posizione di forza e portandosi dietro tutto il Sud. E questo futuro non è neanche troppo distante. Diciamo un paio d'anni al massimo?

Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo rimangono attaccati a Reggio Calabria con le unghie e con i denti.


Un titolo che è tutto un programma
(Dal Blog di Gianfranco Miccichè)


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[*] Non è difficile vedere come i “mondialisti” siano rimasti scottati in Sicilia durante la rivolta del MIS. Si sa che dopo un primo appoggio al movimento di Finocchiaro Aprile ed a seguito delle rimostranze sovietiche, gli americani ritirarono la manina. Quello che accadde dopo, sino alla concessione dello Statuto, non lo avevano preventivato. Ed è proprio quella la porticina attraverso cui oggi l'oriente sta assalendo l'occidente.

[**] Sulla Lega Nord ed i suoi mandanti si veda il post “Lega pagana

[***] A tal proposito bisogna ricordare come non appena Forza Italia conquistò il potere per al prima volta, il Presidente del Consiglio si diresse immediatamente a Napoli dove organizzò il G8. La consegna del famoso avviso di garanzia in quell'occasione non fu casuale ma va inserita nel quadro qui delineato.
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